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24 ott 2012

4.3.1.4 Siegfried, Atto III, Scena I – Erda: un bilancio.


Dato che non tornerà più – almeno come personaggio visibile - nella vicenda cosmica del Ring, è il caso qui di fare un breve riepilogo del ruolo che Wagner riserva ad Erda. Ruolo limitato nell'estensione, ma complesso, multiforme, anche equivoco, nella migliore tradizione greca e nordica(1) delle varie sibille. Che dicono tutto e nulla, spaventano ed ammiccano, minacciano e lusingano(2). Ma, come sempre, Wagner va ben al di là della superficie, della crosta dei problemi, spingendosi invece ad approfondirli per poi musicalmente rappresentarli.

Erda compare, in un autentico colpo di teatro, nella quarta scena del Rheingold. Per quale motivo? Lei stessa, dopo l'iniziale ammonimento, lo spiega a Wotan, che gliene chiede ragione: benchè le mie figlie (le tre Norne) ogni notte riferiscano sullo stato dell'universo, l'attuale situazione politica è arrivata ad un punto di crisi talmente acuto, che mi ha spinto ad intervenire di persona. E già qui ci si potrebbe porre una domanda: per quale motivo Erda, che dovrebbe stare al di sopra delle parti entra invece – e pesantemente – nelle vicende del mondo, senza che alcuno l'abbia interpellata? O dobbiamo cominciare a pensare che rappresenti la coscienza? O il senso di colpa? O un presentimento che improvvisamente si manifesta nella mente di Wotan, emergendo dagli abissi del suo subconscio?

Ma come si era presentata, salendo dalle profondità, la nostra madre-terra? Beh, in modo davvero sibillino, come possiamo giudicare analizzando, proprio verbatim, le sue prime parole.(3)

"Weiche, Wotan! Weiche! / Flieh' des Ringes Fluch!"(4) Il significato qui sembrerebbe implicitamente chiaro: sull'Anello grava una maledizione, quindi cedilo in modo da evitarne le nefaste conseguenze. Un avvertimento certo drammatico, ma che lascerebbe spazio a Wotan per cavarsela, liberandosi dell'Anello.

Ma poi: "Rettungslos / dunklem Verderben / weiht dich sein Gewinn."(5) E qui invece abbiamo la parte sibillina, tutta racchiusa in quell'equivoco Gewinn. Che può essere inteso almeno in due diverse accezioni, con conseguenze antipodiche. La prima (un profitto derivante dal possedere, stato perdurante nel tempo, ma anche revocabile) parrebbe rafforzare il senso della frase precedente: se il possedere l'Anello ineluttabilmente comporta la rovina, lo spossessarsi dell'Anello quella rovina dovrebbe scongiurare. Ma la seconda accezione (la conquista, atto una-tantum) non sembrerebbe lasciar scampo a Wotan, che quell'Anello, ahilui, lo ha già conquistato (anzi, addirittura rubato) e lo porta ostentatamente ed orgogliosamente al dito!(6)

E appena dopo Erda riassume la "sibillinità" della sua profezia, congedandosi con le parole: "Alles was ist, endet. / Ein düst'rer Tag / dämmert den Göttern: / dir rat' ich, meide den Ring!"(7) Insomma, se la fine è proprio ineluttabile, a che serve adesso liberarsi dell'Anello? E sembra quasi prendersi perfidamente gioco di Wotan quando, sprofondando, lo ammonisce: "Ich warnte dich; / du weisst genug: / sinn' in Sorg' und Furcht!"(8) Che equivale ad ammettere che la sua profezia prevede tutto e il contrario di tutto, e l'unico suo effetto certo è di mettere addosso a Wotan quell'ansia e quell'angoscia che si annideranno nel suo subconscio, avvelenandogli la vita per il resto dei suoi giorni.(9)

Subito dopo Wotan cede – pur di malavoglia - l'Anello ai Giganti, convinto così di cavarsela, al sicuro nel Walhall nuovo di zecca. Ma nel retrocranio sta già architettando un piano - la Spada! - per recuperare l'Anello per interposta persona, credendo così di fregare la maledizione e il destino insieme!

Nel tempo (anni? secoli? ere?) che divide il Rheingold dalla Walküre, Wotan – evidentemente roso dai dubbi - trova tempo e modo di rintracciare Erda. La circuisce con subdole trame amorose, la violenta e la mette incinta di Brünnhilde (più altre otto Valchirie in sopramercato!?) In cambio… Erda gli rivela altri fondamentali particolari dell'imminente futuro: il pericolo di Alberich e delle sue schiere di abitanti del sottosuolo.

Wotan è convinto di avere la mossa contraria: ammassare nel Walhall i più nobili e fedeli eroi, per difendere la rocca, se stesso e gli altri dèi dall'assalto di Alberich&C. Non basta! Poiché Erda lo avverte che, tornasse Alberich in possesso dell'Anello, con la magìa di questo potrebbe plagiare gli eroi di Wotan, aizzandoli contro di lui! Quindi l'obiettivo che Wotan si era già posto alla fine del Rheingold adesso diventa addirittura un imperativo categorico: recuperare l'Anello a tutti i costi… prima che lo faccia Alberich.

Premesso che il contenuto di questo incontro ci viene descritto da Wotan nella Walküre – e solo in parte confermato, qui nel Siegfried, da Erda stessa – e quindi è da prendere con beneficio d'inventario, sorge immediatamente un problema: l'avvertimento di Erda, relativo al pericolo mortale rappresentato per lui e il suo mondo dal rientro dell'Anello nel possesso del Nibelungo, agli effetti pratici è – parliamoci chiaro – un evidente suggerimento a Wotan per cercare a sua volta di riprenderselo, sia pure per interposta persona (Siegmund prima, Siegfried poi). Cioè l'esatto contrario di ciò che Erda aveva consigliato di fare a Wotan nel Rheingold (liberarsi dell'Anello per evitarne la maledizione). Come si vede, anche qui Erda nulla ha da invidiare alle sibille più… sibilline.

Abbiamo poco fa assistito in diretta al terzo e definitivo – quanto sterile – incontro fra i due personaggi. Wotan, dopo averne invano implorato il consiglio, annichilisce Erda, proclamando la sua propria volontà essere superiore alla di lei sapienza! E prefigurando la propria fine - originariamente voluta nella più profonda disperazione - come un trionfale "passaggio di consegne" alla figlia e al nipote, cui andrà l'eredità del mondo (strepitosamente scolpita in musica!) garantita dal possesso innocente perchè inconsapevole (ma purtroppo solo in Siegfried!) dell'Anello. E invece Wotan resterà comunque vittima della maledizione, per tramite della sua stessa decisione (ricordate: Walküre, Atto II, Scena II) di spifferare tutto alla figlia! La quale eserciterà quindi un possesso cosciente – e perciò colpevole e soggetto alla maledizione di Alberich – del rosso manufatto.

In definitiva, possiamo concludere che, per Wotan, Erda rappresenti il destino (che conosce ciò che fu, è, e sarà): 1. come dapprima il dio lo percepisce nel subconscio (Rheingold) senza ancora razionalizzarlo; 2. come poi lo riconosce e lo affronta a viso aperto (Walküre) cercando prima di forzarne il corso, poi rassegnandovisi spaventevolmente; 3. come infine (Siegfried) si illude di avere domato attraverso un compromesso: l'eredità del mondo ceduta sì, ma raccolta dai suoi diretti discendenti (?!) Sappiamo (Götterdämmerung) che non finirà così, poiché con il destino non si può mai venire a compromessi, né giocare a rimpiattino, come Anassimandro aveva chiaramente intuìto già da 25 secoli.

Intanto, investita da quella stessa profezia con la quale lei nel Rheingold aveva ammonito Wotan (sulla fine degli dèi) e che ora Wotan le ributta in faccia (tu sei finita, torna a dormire per sempre!) Erda scompare, e con lei vengono definitivamente seppellite tutte le sibille, le veggenti e le lettrici di carte e tarocchi dell'improbabile universo di creduloni e pusillanimi.

Cosa rimane di lei? Un'allegoria, tra le tante che Wagner ci ha proposto. Quella della presa di coscienza, da parte dell'essere umano, dell'ineluttabilità della morte, della propria caducità e della propria fragilità. Una consapevolezza che però non solo non reca conforto e serenità, ma anzi induce un perenne stato di ansia e di conseguente schizofrenia.(10)
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Note:
1. Come già segnalato, la figura di Erda è costruita da Wagner sintetizzando perlomeno due personaggi che arrivano dalle saghe medievali: Jörd e Völva. Allo stesso modo abbiamo notato come la figura di Wotan derivi da due diverse fonti mitologiche; e come una cosa analoga accada per Loge. Ancora una volta, Wagner costruì il suo mondo mitologico adattando ai suoi fini ciò che trovava nelle saghe nordiche.
2. Nella Völuspá la Völva ne racconta di tutti i colori all'interrogante Valföðr (Odin) e in particolare alterna profezie incoraggianti ad altre nefaste. Proprio nelle ultimissime strofe mescola previsioni di un futuro radioso, con il ritorno in vita di Balder (figlio di Odin, ucciso dal gigante Loki) e l'insediamento di un perfetto ordine universale… e subito dopo con la visione orripilante ed apocalittica di un serpente volante che trasporta sulla terra Niðhöggr, il terribile drago infernale.
3. Per farlo in maniera non unilaterale, proverò a riferirmi a due autorevoli traduzioni in italiano, quella storica di Guido Manacorda e quella recentissima di Franco Serpa.
4. Manacorda: Cedi, Wotan, cedi! / La maledizione dell'anello fuggi!
Serpa: Cedi, Wotan, cedi! / Fuggi il maleficio dell'anello!
5. Manacorda: Senza salvezza / a nera sciagura / la sua conquista ti consacra.
Serpa: A oscura perdizione / senza scampo /ti consacra il suo possesso.
6. Come si vede, anche Manacorda e Serpa danno due (libere) traduzioni che confermano la "sibillinità" dell'ammonimento di Erda.
7. Tutto quel che è, finisce! / Un giorno oscuro / rompe agli dèi: / ti consiglio: scansa l'anello!
8. Ti ho prevenuto: / assai tu sai: / medita in turbamento e timore! 
9. Abbiamo appena ascoltato Wotan rinfacciare precisamente questo ad Erda. 
10. Ritorneremo sul concetto al momento di trarre un bilancio della figura di Wotan.

23 ott 2012

4.3.1.3 Siegfried, Atto III, Scena I – Wotan ed Erda: un dialogo fra sordi.

Dunque, cantando apoggiandosi prevalentemente sul tema delle Norne (cioè di Erda) Wotan spiega di essere venuto da lei, dopo aver girato il mondo in lungo e in largo (ecco gli accordi del Viandante) per "ottenere conoscenza", in pratica per chiederle lumi sul suo futuro. La lusinga, definendola l'essere più sapiente dell'universo, che conosce tutto ciò che è in Natura (bellissimo qui l'accompagnamento di violini e viole, un sensuale motivo che ne ricorda altri, in particolare quello che introduce, nella Walküre, il Winterstürme) ed è presente ovunque si vive e si pensa. Ecco perchè il dio è venuto da lei, e lo canta sul tema della Fatalità ineluttabile, prima che quello del Patto – ora come sfigurato nella seconda parte – introduca la risposta di Erda.

La quale risposta, accompagnata all'inizio ancora dagli arcani accordi negli strumentini (discesa cromatica da MI a DO) della Magìa del sonno, e poi dal suo stesso tema, è una frase fatta di tre similitudini ardite: il mio sonno è sogno, il sogno pensiero, il pensiero sapienza (!?)(1) ma poi sembra voler svicolare dalle sue responsabilità, oltre che dalle sue prerogative, cercando di spedire Wotan a far le sue domande alle Norne (mentre si alza il relativo tema) che nottetempo filano il suo sapere.

Wotan le fa osservare che le Norne operano all'interno e sotto i vincoli della realtà immanente, in pratica non hanno alcun potere di condizionare il futuro (2), che è invece ciò che a lui interessa massimamente! Non a caso udiamo, insistente, il tema dell'Anello, poiché ben sappiamo che questo è l'oggetto e insieme il supremo cruccio che occupa l'animo di Wotan, e con lui quello della Rinunzia, che incombe come un macigno. Le ultime parole di Wotan (son qui per sapere come "impedire una ruota che gira") sono poi accompagnate dal tema della Fatalità ineluttabile: ecco il tremendo stato di necessità in cui si trova il dio, stritolato dal destino immutabile, mentre lui lo vorrebbe disperatamente forzare!

Non a caso sono gli stessi temi della Fatalità e dell'Anello ad accompagnare anche la prima parte della risposta di Erda, laddove lei lamenta le interferenze delle azioni umane sul suo spirito, e ricorda la violenza da lei subita un tempo per opera di un dominatore (anche qui c'è un vago accenno alla Rinunzia!) Chi egli fosse lo sappiamo bene, ma ce lo ricorda l'orchestra intonando il tema del Walhall, qui in MIb maggiore, che adesso accompagna Erda mentre ricorda la procreazione di Brünnhilde e il destino riservato alla figlia dal padre, di scelta degli eroi per la difesa della rocca.

In questa ennesima esposizione, il tema del Walhall è assai accorciato, rispetto al suo solito; dal MIb dell'incipit – è un tono sopra il suo standard naturale, ma la cosa si spiega evidentemente con la percezione che Erda ha, o aveva ai tempi, del ruolo della figlia - modula a DO maggiore, poi a LA, ma quando Erda, cercando di dirottare Wotan da Brünnhilde, per porle le sue domande, ne loda la sapienza ecco che (evidentemente nel suo subconscio! oltre che nel suo fisico…) emerge il tema del Sonno, in LA maggiore, per tre volte (in violini primi, secondi e viole) e poi, isolato e incompleto, nei violoncelli. L'invito a Wotan è infine sottolineato dal ripetersi dell'Enigma del destino, quasi che quel Perché se lo stia domandando lei stessa!

Wotan comincia a spazientirsi di tutto questo tergiversare, e racconta(3) a Erda della brutta fine che ha fatto la loro figlia, dopo aver disobbedito al padre (a proposito dell'affaire-Siegmund); e ci ripete ciò che sappiamo da sempre: che la Valchiria fece ciò che lui avrebbe desiderato fare, ma che fu costretto a non fare a causa del tremendo stato di necessità in cui era piombato. Tutte queste considerazioni Wotan le fa mentre violoncelli e contrabbassi ripetono quasi ossessivamente un tema: quello della Giustificazione di Brünnhilde! Insomma, proprio mentre ricorda di aver punito la grave disobbedienza della giovane, addormentandola fra le fiamme, il padre - magari nel subconscio - ancora ne riconosce le profonde ragioni, perché in fondo altro non erano che le sue proprie! Uno scalpitare di cavalcata aveva ricordato la Valchiria all'opera, poi mentre Wotan racconta che la giovane adesso dorme avvolta dalle fiamme (lo fa cantando sul motivo della Punizione) e ha perso la divinità - diventando una donna qualunque (ma evidentemente di gran bellezza, visto che fa capolino uno spezzone del tema di Freia!) destinata ad essere preda dell'uomo che la sveglierà - udiamo ancora la parte finale della Rinunzia.

Ora un tocco di magìa (del mago Wagner, ovviamente). È un ultimo intervento del motivo della Giustificazione, sempre negli archi bassi, ma dove la settima ascendente si ritrasforma in seconda discendente, riportando il tema nella sfera del Patto! (come dire: ritorno dall'inconscio al conscio...) Chiude il solito Perché (l'Enigma) sulle parole di Wotan: "A che mi servirebbe farle domande sul futuro?" E non a caso ecco levarsi nei primi violini lo struggente tema dell'Addio di Wotan!

Mentre il tema compie il suo sviluppo, Erda prorompe in un'esternazione assai bizzarra, date le sue prerogative: confessa infatti la sua confusione (sic!) di fronte al mondo che "turbina alla rinfusa". Mentre ricompare in clarinetti e fagotti il tema della Magìa del sonno, lei sembra sorpresa di apprendere della punizione inflitta alla figlia.

E a questo punto, mentre nei violoncelli ricompare per quattro volte il tema della Giustificazione di Brünnhilde - che evidentemente la madre sta facendo propria - Erda rimprovera aspramente Wotan, rinfacciandogli tutte le sue colpe e i tradimenti del suo stesso Patto (il cui tema fa capolino nei fagotti) mentre l'orchestra si chiede ancora Perché? Tutta questa esternazione è caratterizzata da una musica aspra, spesso dissonante, testimonianza dell'amarezza che accompagna la constatazione di Erda sui mali che il custode della legge ha fatto infrangendo la legge medesima. E sulle parole "herrscht durch Meineid?", governa con lo spergiuro, rivolte al dio, ecco un tremendo accordo di tutta l'orchestra, mentre il canto di Erda sprofonda dal LAb acuto giù al RE sotto il rigo. E ancora sul Perché? conclude: lasciami tornare giù, a… dormire la mia sapienza.

Ma Wotan insiste, anche lui adesso agitatissimo, sul tema della Fatalità, e apostrofa Erda: tu una volta (nel Rheingold, e udiamo i temi di Erda e del Crepuscolo) hai insinuato dubbi, paure, affanni e angoscia nel mio petto! Poi, sull'incedere del tema e sugli accordi del Viandante (che evidentemente da tanto peregrinare non ha ricavato nulla di utile per la sua causa) intima, supportato dal perentorio tema del Patto e chiudendo su un dissonante MI: adesso mi devi dire come potrò liberarmene!

Erda a questo punto sbotta in un'affermazione francamente offensiva: tu non sei come ti nomini, lasciami in pace!

Wotan deve proprio essere stato punto nel vivo, se cambia repentinamente atteggiamento: da quasi disperato interrogante diventa uno sprezzante tiranno, e ribatte (ma attenzione, sul tema della fatalità…): e tu non sei ciò che credi di essere! E la tua sapienza volge al termine e si dissipa di fronte alla mia volontà! E dopo una repentina salita negli archi alti, ecco la (retorica) domanda: "ma sai tu cosa Wotan vuole?" (domanda suggellata da un secco accordo sul MI).

Accipicchia, che schizofrenico cambiamento d'umore! Ora c'è un lunghissimo silenzio, durante il quale Wotan sembra cercare e soppesare le parole giuste da pronunciare; infine sbotta: cara veggente dei miei stivali, apri bene le orecchie e ascolta cosa ti dico, e poi tornatene pure a dormire, e in eterno!

Questo invito, davvero rozzo, è però sottolineato in flauti e clarinetti dall'ampia arcata del tema (leggermente variato) delle Norne, seguito da quello del Crepuscolo; orbene, nel Rheingold quell'arco melodico aveva accompagnato il drammatico ammonimento di Erda a Wotan ("tutto ciò che è, finisce") e qui, quasi un tremendo contrappasso, Wotan lo ritorce proprio contro di lei: poiché anche il suo ruolo ha ormai perso ogni rilevanza.

Un crescendo di violini e violoncelli sulla scala di SOL minore per quasi tre ottave (dal SOL grave al SIb acuto) sfocia in un grandioso e perentorio accordo sul LAb, dopo il quale Wotan manifesta il suo nuovo programma. Proclamando la sua decisione di accettare la fine degli dèi con piena serenità, anzi, di voler essere lui stesso a guidare il processo di transizione ad un nuovo ordine cosmico. Sul suo "will" (il mio desiderio lo "vuole") esplode ancora, con quel piglio da atto imperioso quanto incompiuto, il tema della Fatalità!

Prosegue Wotan: quella decisione che fino ad ora mi aveva straziato anima e corpo, e che avevo preso sotto un tremendo stato di necessità, adesso io la metto in atto liberamente! Il tema della fatalità si trasforma dal cupo SOL minore a LAb maggiore (sulle parole "und freudig", salita SOL-FA-MIb, "frei ich nun aus", discesa REb-DO-SIb-LAb).

E qui è proprio come se in un locale semibuio e con l'aria irrespirabile venisse spalancata un'enorme finestra, che ci apre la vista su uno splendido panorama e ci lascia investire da una folata d'aria purissima: in orchestra, all'improvviso, fortissimo, nasce un nuovo, stupefacente tema ("è come fosse una nuova religione" ebbe a descriverlo Wagner stesso) detto dell'Eredità del mondo, che è di un diatonismo solare, lontano le mille miglia dal Tristan.

Sarà il tema su cui chiuderà nel massimo splendore questa seconda giornata del Ring. Un tema che percorre all'inverso, salendo dal basso all'alto, quello del Patto: in poche parole, ecco il nuovo Ordine, che rimpiazza - e in che modo straordinario! - il vecchio.

Wotan ricorda, sul serpeggiare della sezione finale della Rinunzia, quella quasi blasfema "benedizione del Nibelungo" da lui celebrata nel più cupo sconforto durante il colloquio-soliloquio con Brünnhilde nel second'atto della Walküre. Ma adesso le cose sono decisamente cambiate, c'è Siegfried, che ha lo stesso DNA di Wotan, ed è lui l'eroe destinato a raccoglierne l'eredità. E allora ecco che sorgono in orchestra ben quattro motivi a chiarirci il concetto: quello di Siegfried, in corni e tromboni, contrappuntato dagli oboi con quello della Fatalità (doveva essere proprio così…); poi quello – ampliato - della Spada, in tromba bassa e tromboni, contrappuntato da quello del Walhall in corni e strumentini (sembra proprio la chiusura del cerchio, dopo un lungo cammino iniziato dal lontano finale del Rheingold!)

Scelto da me (lo canta su una reminiscenza dei Wälsi) anche se lui mai mi ha conosciuto, Siegfried in pieno libero arbitrio ha conquistato l'Anello (di cui udiamo il tema, reiterato, insieme a quello della Spada, che è servita all'impresa) ma è esente dalla maledizione che grava su chi lo possiede, poiché lui non conosce la paura.(4)

Qui il tema di Siegfried si fa udire nelle trombe, poi sfuma e modula mirabilmente su quello dell'Amore (DO-SI-FA-LA) nei primi violini, ripreso poi dall'oboe, perché ora Wotan passa a parlare (anzi, a cantare…) della figlia che ha in comune con Erda, la quale, da Siegfried risvegliata, lo affiancherà nell'operare "l'impresa redentrice del mondo" (restituire l'Anello al Reno, evidentemente)(5). Su queste ultime parole torna, qui in forma assai più ampia che nella prima apparizione, il tema dell'Eredità del mondo, prima il SOL maggiore, poi modulando a RE maggiore.

Il suono, dopo l'enfasi precedente, si affievolisce, poiché adesso Wotan si appresta al definitivo commiato da Erda. Tornatene pure a dormire, e guarda in sogno la mia fine! Qualunque cosa facciano i due predestinati, io cedo il passo all'eterna giovinezza. E ancora il motivo dell'Eredità, tornato in SOL maggiore, pone il sigillo a questo proclama.

Su un'ennesima ricomparsa del tema della Fatalità contrappuntato dal Perché?, Wotan rispedisce Erda al suo sonno (ora davvero) eterno.
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Note:
1. Anche qui Wagner anticipa intuizioni del dottor Freud. 
2. Dalle saghe sappiamo che Skuld, la Norna più giovane, è solo depositaria del futuro, senza poterlo cambiare. 
3. Ma c'è proprio bisogno di informare l'onnisciente di fatti che lei dovrebbe conoscere a menadito? Pare quasi che fra postulante e sibilla i ruoli qui si ribaltino!
4. Abbiamo già osservato come in realtà Wotan abbia messo lo zampino (anzi, lo… zampone!) in tutte le vicende recenti di Siegfried, e in fondo il dio qui si sta contraddicendo, confessando la sua "scelta". Inoltre, l'assenza di paura non sarebbe certo una ragione sufficiente per esentare Siegfried dalla maledizione di Alberich (nemmeno Fafner conosceva la paura, da quanto abbiamo potuto capire).   
5. Anche qui Wotan sembra non avvertire una chiara contraddizione nei suoi ragionamenti: se Siegfried è immune dalla maledizione, perché ignaro di tutto, altrettanto non può dirsi di Brünnhilde, alla quale proprio lui, Wotan, ha spifferato tutta la verità nel secondo atto della Walküre. E infatti vedremo nel primo atto di Götterdämmerung quanto poco la ex-Valchiria sarà disponibile a compiere l'impresa redentrice.

21 ott 2012

4.3.1.2 Siegfried, Atto III, Scena I – Wotan dà la sveglia a Erda.

 
A malapena spenti i severi richiami del Patto, il dio, appoggiato alla sua lancia, grida verso l'antro: Wache Wala(1)! Wala! Erwach! Su, svegliati, balena (!)(2) Lo fa cantando un nuovo tema, detto della Fatalità ineluttabile, un motivo che dopo un'iniziale discesa ha un'impennata (qui sul secondo Wala) di un intervallo di nona e poi, dopo una lieve ricaduta, ha un nuovo sussulto, una terza minore ascendente (sull'Erwach!) Un motivo che risentiamo subito dopo, dapprima in orchestra (sulle parole Herauf! Herauf!) e alla fine del richiamo di Wotan, nella voce (Ewiges Weib! Wache, erwache, du Wala…) Un tema che evoca eroismi e sconfitte, che sembra quasi voler dire: io ce l'ho messa tutta, ma accidenti… qualcosa è andato storto… però forse c'è ancora rimedio, chissà…

Alla lettera, l'invocazione è quanto di più pleonastico si possa immaginare (lo stesso concetto – su, svegliati, io canto il canto del tuo risveglio, quindi sorgi ed emergi dal profondo… e così via - è ripetuto più e più volte volte) ed è zeppa di cacofonie (il che torna assai utile alla Stabreim…) oltre che di tono assai retorico. Ma è la musica che si incarica di impreziosirla, con il richiamo agli arcani accordi del Viandante, ma addirittura - sulle parole "Ewiges Weib! Aus heimischer Tiefe", Eterna Donna, dal profondo natìo – con una mirabile sintesi del tema dell'Elemento primordiale, di certo associabile ad Erda, con un frammento di quello di Siegfried!

Quindi è il tema del Patto, ancora e sempre, reiterato due volte e con un rallentamento progressivo, a chiudere l'autoritaria invocazione: scendendo dal RE al DO# della seconda ottava sottostante, sembra proprio rimbombare fin giù nel profondo del sottosuolo per intimare ad Erda il risveglio.

E subito arcani accordi degli strumentini, che scendono cromaticamente dal FA al DO# - sullo stesso DO# tenuto del timpano, che ha prolungato l'ultima nota del Patto – e che rappresentano (tema della Magìa del sonno) il suo stato di perdurante torpore, accompagnano l'emergere di Erda dal fondo della caverna, che si è illuminata (proprio come nel Rheingold) di una luce azzurrina. Erda si chiede chi e cosa l'abbia ridestata dal suo eterno - anzi precisamente: dal suo sapiente - sonno. Lo fa (iniziando con "Stark ruf das lied", forte chiama il canto) su una continua discesa del tema della Magìa del sonno, prima negli archi (DO#-DO-SI-SIb-LA) poi nei fiati (LA-SOL#-SOL-FA#-MI#) poi ancora negli archi (FA-MI-MIb).

Prima che parli Wotan, sono oboi e clarinetti, poi i corni, a chiarire a lei e a noi la ragione profonda del suo forzato risveglio: sì perché intonano, ancora una volta, il tema dell'Enigma del destino, quell'eterno perché che ci assilla tutti fin dalla Walküre. Un perché che ora non dà pace a Wotan, che cerca - e qui quasi esige da Erda – una risposta, e non solo al perché, ma anche e soprattutto al... percome!

Anche questo dialogo - che in realtà vedremo essere un "dialogo fra sordi" - che intercorre fra il Viandante ed Erda(3) serve da ricapitolazione di fatti e concetti a noi ormai noti, ma soprattutto da riproposizione di temi musicali familiari, sottilmente variati in funzione della circostanza. Vi contempleremo – ammirati – anche la nascita di un nuovo, stupendo tema.   
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Note: 
1. Wala è sinonimo di Völva, la mitica veggente nordica. Wagner prende lo spunto per la visita di Wotan ad Erda, in cui il dio chiede alla onnisciente lumi sul futuro, direttamente dalla Völuspa dell'Edda Antica. Nella prima strofa, la Völva proclama: "Secondo la tua volontà, o Valföðr (Odin) io racconterò delle più antiche vicende umane". Peraltro, qui Erda nulla rivelerà di quanto Wotan già non conosca, o paventi.
2. Non è un'offesa, né significa che Erda sia obesa! Il termine Wala rappresenta anche una grossa balena (Walfisch) il più grande mammifero che popola l'orbe terracqueo, quindi la madre di tutte le madri.  
3. Da un punto di vista concreto, l'incontro fra Wotan ed Erda sortisce un risultato praticamente nullo, anzi appare quasi una sconclusionata pantomima: Erda non rivelerà alcunchè di nuovo e Wotan, da parte sua, dopo aver per tre volte chiesto lumi sul suo futuro, affermerà infine di non necessitare di profezie e oracoli, avendo ormai preso irrevocabili decisioni.

9 ott 2012

4.3.1.1 Siegfried, Atto III, Scena I – Ritorno dal futuro.


È inevitabile dover ricordare che Wagner riprende (quasi) esattamente a questo punto la composizione della sua gigantesca opera, dopo più di sette anni di abbandono(1): "con le lacrime agli occhi", il nostro aveva lasciato il suo Siegfried sotto un tiglio, per dedicarsi anima e corpo a Mathilde(2) - pardon - al Tristan (e poi ai Meistersinger, per ragioni di riequilibrio esistenziale ed artistico…)

Il suo è quindi un vero e proprio "ritorno dal futuro", da quel territorio estetico e musicale (parafrasando: Das Land, das Tristan meint…) fino ad allora inesplorato e sul quale lui per primo aveva osato inoltrarsi, dando inizio al più straordinario, radicale e persino ultimativo rinnovamento del linguaggio musicale della storia moderna.(3) 

L'ouverture sinfonica dell'atto è quanto di più sconvolgente e musicalmente appropriato si possa immaginare, stante lo scenario cosmico e psicologico in cui ci deve trasportare. Essa non fa che ricapitolare – ampliandoli e contrappuntandoli in maniera mirabile, per calarli in un'atmosfera da incombente "caduta dell'impero" - temi che ci erano noti dal Rheingold e dalla Walküre.

Si noti che la didascalia parla di Notte, turbine, uragano, Lampi e forti tuoni, ma in orchestra - a differenza, ad esempio, dell'apertura della Walküre, e se si escludono pochi rulli di timpano e alcuni trilli di ottavino ad evocare rispettivamente tuoni e lampi - non udiamo motivi che rimandano a fenomeni naturali, ma temi che – lo vedremo subito – riportano principalmente, per non dire esclusivamente, a pulsioni di natura psicologica. In altre parole, qui siamo di fronte ad una tempesta del tutto metaforica, che monta e imperversa dentro l'io profondo di un individuo, Wotan!, e ne sconvolge l'equilibrio psichico.(4)

Nelle 73 battute prima dell'irrompere del richiamo di Wotan a Erda, che cosa udiamo?

Un accidentato terreno – nei violini e nelle viole – che ricorda la cavalcata: scopriremo presto che si tratta del Viandante, che sta scorrazzando per il mondo sul suo cavallo(5). Sul quale sottofondo i fiati gravi e gli archi bassi intonano una variante assai ricca e sviluppata del tema dell'angoscia di Wotan, che avevamo udito per la prima volta nella Walküre, durante il drammatico colloquio del dio con la figlia. La parte iniziale richiama scopertamente il motivo dell'elemento primordiale (quello per la prima volta esposto dai clarinetti nel preludio del Rheingold). Ma qui, invece che in MIb maggiore, è in SOL minore (sale dal SOL grave al SIb oltre un'ottava, passando per LA, SIb, DO, RE e SOL) perché evidentemente l'entropia del cosmo è aumentata assai nel frattempo, principalmente a causa dei peccati di Alberich e Wotan; ed è in tempo (4/4) animato, ma pesante, proprio a farci presagire che lo scenario cui ci avviciniamo non è dei più tranquilli, precisamente come lo stato d'animo della massima autorità universale. 

Dopo che la prima parte del tema è stata ripetuta per tre volte, la melodia ripiega verso il basso (SIb-LA-SOL) richiamando chiaramente il crepuscolo degli dei: è questo l'evidente presentimento che ha ormai invaso la mente di Wotan, subito confermato (passando a SIb maggiore) dall'irrompere della seconda parte del tema della sua angoscia, che poi non è altro che quello del suo malcontento! Ora non abbiamo più dubbi: è il dio che vaga per il mondo in preda alle sue ansie e alle sue frustrazioni, prigioniero delle leggi universali che lui stesso ha inciso in rune sulla sua lancia. 

E quindi, puntuale, immancabile e inflessibile, ecco prorompere (tornando a SOL minore) il poderoso tema del Patto, che ricorda a noi e soprattutto a Wotan che nessuno, ma proprio nessuno, può sfuggire alle proprie responsabilità e ai propri impegni. Il tema viene reiterato cinque volte da strumenti diversi, partendo da altezze sempre crescenti (RE, MI, FA, LA, SIb) proprio a sottolinearne l'ineluttabile immanenza e con essa la suprema costrizione cui è sottoposto il responsabile stesso dell'ordine cosmico.

Torna adesso il tema dell'elemento primordiale legato a quello del crepuscolo, proprio nella forma che ricorda da vicino l'arcata melodica che avevamo udito nel Rheingold a sottolineare la profezia di Erda: e così veniamo a conoscenza di chi sarà la co-protagonista della prossima scena. Le numerose reiterazioni del tema di Erda sono presentate con diverse armonizzazioni, fondate sugli arcani accordi del tema del Viandante, per dissipare ogni residuo dubbio sull'identità di colui che si appresta ad incontrare l'onnisciente madre delle Norne e – complice-fecondatore lui medesimo - delle Valchirie.

C'è forse ancora bisogno di chiarire lo stato di terribile frustrazione in cui si trova Wotan? A quanto pare… sì, e lo fanno tre lancinanti quanto proterve apparizioni, in tutta l'orchestra, del tema (SOL-SOLb) della schiavitù! Wotan, schiavo delle sue proprie leggi e per questo sommamente frustrato. 

Sulla terza delle quali ricorrenze il sipario si alza, mentre la discesa del tema del crepuscolo - che si trasfigura mirabilmente in quello del sonno (di Erda!) - anticipa il ritorno di quello del Patto, preceduto per due volte (sottile allusione questa) dal motivo dell'Enigma del destino (ricordate? quel perché? nato nel second'atto della Walküre al momento dell'incontro di Brünnhilde con Siegmund) e poi ripetuto per altre due volte, nel solo incipit. Sono i temi che accompagnano Wotan che finalmente vediamo giungere davanti ad una caverna, dove Erda dorme il suo sonno profetico. 
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Note:
1. Altri 6 anni e più passeranno prima del completamento dell'opera; 10 prima dell'ultimo REb del Ring. 
2. Colta, giovane ed avvenente moglie del "tycoon della seta" Otto Wesendonck, protettore di Wagner nel suo forzato soggiorno a Zurigo. Il suo tormentato legame con lei fece da sfondo alla composizione del Tristan. Di lei Wagner musicò per pianoforte cinque poesie, raccolte in un ciclo dal titolo "Wesendonck-Lieder". 
3. Il Tristan diventerà per tutti i compositori successivi un ineludibile punto di riferimento. E dopo 60 anni ci sarà chi, impossibilitato o incapace ad andar oltre, non troverà di meglio che rovesciare il tavolo e inventare letteralmente un nuovo – quasi talebano - sistema di regole, sintattiche e semantiche, di composizione.
4. Più avanti torneremo ad analizzare le repentine quanto schizofreniche variazioni d'umore del dio.
5. A cavallo era arrivato (su una variante dei temi che ascoltiamo qui) e ripartito da Neidhöhle nell'atto precedente. 
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Helle Flammen scheinen in dem Saal der Götter aufzuschlagen. Als die Götter von den Flammen gänzlich verhüllt sind, fällt der Vorhang.
(Chiare fiamme sembrano prorompere nella sala degli dèi. Come gli dèi sono dalle fiamme totalmente avvolti, cade il sipario.)
(Götterdämmerung – L’ultima immagine del Ring)
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fram sé ec lengra um ragna röc (da lontano scorgo il destino degli dèi)
(Edda Poetica – Völuspá - Profezia della Veggente)
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orð mér af orði orðs leitaði (parola da parola mi condusse a parole)
(Edda Poetica – Hávamál – Píslir og rúnir, Discorso Runico di Odin)
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Il principio degli esseri è l'infinito… in ciò da cui gli esseri traggono la loro origine, ivi si compie altresì la loro dissoluzione, secondo necessità: infatti reciprocamente scontano la pena e pagano la colpa commessa, secondo l'ordine del tempo... (Anassimandro, 600 A.C.)
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L'"intento" degli dèi sarebbe compiuto quand'essi giungessero ad annullarsi nella creazione dell'uomo, quando cioè essi si spogliassero d'ogni influsso immediato sopra la libertà della coscienza umana. (RW: Abbozzo in prosa del 1848)
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La tetralogia L'Anello del Nibelungo può considerarsi un'epopea cosmogonica la cui prima e la cui ultima parola è l'elemento assoluto manifesto e pensabile come «acqua» ed esprimibile come «musica» cioè suono del beato silenzio: è l'enorme pedale in MI bemolle, di cui la tonica isolata è sostenuta per molte battute, al principio della prima Giornata del dramma, L'Oro del Reno, ed è la frase finale di due battute sull'accordo di terza di RE bemolle, al termine dell'ultima Giornata, Il Crepuscolo degli dei. (Augusto Hermet 1889-1954 - “La Parola Originaria”)
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…musica che è già in sé drammaturgia assoluta e autosufficiente, e chi ha un barlume di intelligenza sa che la musica è prima del mondo, e che è il mondo a modellarsi sulla musica… (Quirino Principe)

Perchè Wagner va studiato

Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi (in buona misura) si possono godere senza particolari prerequisiti (studi di musica o musicologia): un buon “orecchio” e un minimo di predisposizione sono più che sufficienti per apprezzare le loro opere e godere delle infinite “perle musicali” che contengono. Poi, lo studio servirà certamente ad approfondire i particolari delle composizioni, i retroscena, i nessi causa-effetto, e in fin dei conti ad apprezzare ancor più e meglio quelle opere.

Con Wagner la cosa non funziona proprio, così come difficilmente funziona – nel campo della musica strumentale – con Mozart o Beethoven o Bruckner, per fare solo qualche nome. È francamente difficile poter comprendere ed apprezzare fino in fondo una sinfonia di Beethoven, se non si ha un minimo di conoscenza delle forme musicali, del linguaggio sinfonico e, soprattutto, del “programma interno” che sta alla base della composizione. Senza di questi, si potrà magari godere una frase musicale particolarmente accattivante (come accade, per dire, ascoltando un balletto di Ciajkovski o un walzer di Strauss) ma difficilmente si potrà raggiungere quella particolare condizione di piena e completa “conoscenza-coscienza” di quell’opera d’arte.

Le opere di Wagner (parlo qui delle sette ultime, Ring, Tristan, Meistersinger e Parsifal, ma in qualche misura ciò vale anche per Lohengrin) sono un insieme inscindibile di poema, musica e didascalie di scena, insomma: tutto ciò che troviamo scritto sulla partitura. E quindi: limitarsi ad ascoltare la musica, senza comprendere le parole che vengono cantate (o declamate) fa correre il rischio di non capir nulla (come minimo) e di annoiarsi, quando non addirittura di cadere in uno stato di esasperazione e maledire Wagner per il resto dei propri giorni, rifiutando ogni e qualunque successivo contatto. Sì, perché Wagner non scrive “musica che si serve di parole (più o meno pertinenti) per manifestarsi”; ma si esprime in parole-musica, un insieme del tutto inscindibile. Allo stesso modo, per un regista o scenografo, ignorare – o, peggio ancora, contraddire – le didascalie poste da Wagner in partitura, significa ignorare o addirittura stravolgere le intenzioni dell’autore, e distorcerne totalmente il pensiero e il messaggio artistico.

Il Ring (“L’Anello del Nibelungo”, detto volgarmente “Tetralogia”, essendo costituito da quattro opere) è certamente l’esempio più completo e palpabile della wagneriana “Gesamt-Kunst-Werk” (Opera d’Arte Totale).

daland

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