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9 set 2015

5.2.3.4 Götterdämmerung: Atto I: facciamo le pulci a Wagner


L’atto testè conclusosi contiene una serie di fatti e di comportamenti dei protagonisti che sollevano parecchie perplessità riguardo al realismo e alla stessa logicità di ciò cui assistiamo, elementi che invece dovrebbero essere necessariamente e sempre rispettati in un lavoro come il Ring, che programmaticamente intende essere una grande, oltre che multiforme, allegoria. Elementi che invece potevano essere considerati marginali, se non addirittura opzionali, in un lavoro quale doveva essere la Siegfrieds Tod, che sappiamo fu originariamente concepita come singola grande opera eroica, il cui stesso genere autorizzava ampie deroghe al realismo e alla consequenzialità fra cause ed effetti: vi si contemplavano tranquillamente eventi miracolosi o gratuiti, o scorci puramente effettistici, privi di significato compiuto.

Orbene, nel Ring tutto fila (quasi) alla perfezione nelle sue prime tre parti, quelle ideate, scritte e musicate dopo il grande travaglio teorico e filosofico vissuto da Wagner proprio all’indomani della prima stesura della Siegfrieds Tod. Anche gli aspetti magici che incontriamo in Rheingold, Walküre e Siegfried possiedono una loro logica ferrea e incarnano altrettante chiare allegorie: l’anello di Alberich, il Tarnhelm, le mele di Freia, il ponte-arcobaleno (Rheingold); i cavalli alati delle Valchirie, la lancia di Wotan, il fuoco di Loge (Walküre); il sangue del drago e la voce dell’Uccellino (Siegfried) sono tutti oggetti o accadimenti che, per quanto miracolosi, mai sono gratuiti o illogici, mentre servono perfettamente ai fini estetici e filosofici che l’Autore si è proposto di perseguire.

Non così, purtroppo, in Götterdämmerung, nonostante gli sforzi che Wagner profuse per far mutar pelle alla Siegfrieds Tod, divenuta ora l’atto conclusivo di quella gigantesca allegoria che è il Ring.

Abbiamo già fatto notare – e ci torneremo fra poco, nell’atto secondo - l’alta improbabilità dell’intera macchinazione di Hagen, che si fonda sul materializzarsi di una combinazione di eventi e di comportamenti quanto meno inverosimile, eventi che si manifestano proprio nella scena finale del primo atto, cui abbiamo appena assistito. La stessa selettività degli effetti del filtro fatto ingurgitare a Siegfried (perdere la memoria dei soli suoi trascorsi con Brünnhilde, e di null’altro) è caratteristica talmente improbabile da ingenerare mille contraddizioni e da consentire mille incongruenze: è quindi funzionale soltanto a Wagner per indirizzare gli accadimenti a suo piacimento, in modo arbitrario e gratuito.   

Già tutta la storia dei movimenti dell’Anello, che passa da Siegfried a Brünnhilde e poi deve necessariamente tornare a Siegfried (per giustificare il putiferio che ne scaturirà, come si augura Hagen) è piuttosto artificiosa, il che deriva in primo luogo dalla farraginosità dei racconti nordici e germanici da cui Wagner trasse ispirazione(1).

Se ora torniamo alla scena testè conclusa, vi scopriamo purtroppo parecchie magagne. Intanto: da cosa si può dedurre che Siegfried abbia le sembianze di Gunther, come ci informa la didascalia? Difficile dirlo, visto che ha il volto quasi completamente coperto dal Tarnhelm, mentre invece è certo che lui reca con sé due oggetti che Brünnhilde deve conoscere perfettamente: lo scudo, che era stato suo (da lei imbracciato mille volte!) e l’aveva ricoperta durante il suo lunghissimo sonno; e soprattutto la spada, quella che recise i lacci della sua corazza poco prima del risveglio, e che lei ha contemplato benissimo la notte (precedente?) in cui quella medesima spada rimase appesa nella grotta in cui lei ebbe il primo (e unico?) incontro carnale con l’amato (come affermerà nella quarta scena dell’atto secondo); e la Nothung non è mica una spada qualunque, fabbricata in serie e venduta nei grandi magazzini o nei negozi di caccia-e-pesca… accipicchia, è la spada più nobile e preziosa dell’intero universo!

Ora, se è plausibile che Siegfried non si sia posto il problema dei suoi capi di abbigliamento bellico – avendo dimenticato i suoi trascorsi con Brünnhilde - com’è che adesso la donna non riconosce quegli oggetti e non si domanda perché e come siano finiti in possesso di quest’uomo mascherato che le si presenta di fronte? La penombra incombente non sembrerebbe davvero una valida spiegazione. Dobbiamo forse pensare che Siegfried abbia impiegato la magìa del Tarnhelm anche per far cambiare i connotati a scudo e spada? Mah… qui siamo alle solite: quando Wagner scrisse il testo della Siegfrieds Tod presentandoci – nel Prologo - l’eroe armato di tutto punto, ancora non sapeva nemmeno lui da dove sarebbero venuti (Rheingold, poi Siegfried, e Walküre) quei due oggetti in sua dotazione! In seguito precisò (sempre nel Prologo, per bocca di Siegfried) che lo scudo era proprio quello di Brünnhilde, ma evidentemente non pensò alle logiche e inevitabili conseguenze e incongruenze che ciò avrebbe causato alla fine del primo atto.

Quando Brünnhilde gli oppone l’anello, possibile che Siegfried - che dovrebbe aver scordato solo i suoi trascorsi con lei, null’altro - non si domandi perché l’anello da lui raccolto a Neidhöhle (come ripeterà, nella quarta scena dell’atto successivo) si trovi adesso al dito di quella donna?

Alcuni aspetti paradossali della vicenda riguardano il comportamento di Siegfried(Gunther) nella notte che lui deve trascorrere nella grotta con Brünnhilde prima di consegnarla al sodale. Intanto: come si può pensare che lui si faccia una dormita senza che lei ne approfitti per provare a svignarsela? Cosa dobbiamo immaginare: che lui la leghi come un salame, o che barrichi ermeticamente l’ingresso della grotta?

Ma soprattutto: sappiamo che Siegfried non sfiora la donna nemmeno con un dito, ma ciò immediatamente fa insorgere più di una contraddizione. Domandiamoci: visto che lui in quel momento rappresenta in tutto e per tutto Gunther (e ammettendo che il Tarnhelm funzioni come da specifiche tecniche…) perché mai si deve mantenere casto con Brünnhilde, dopo averla eroicamente (ri)conquistata ed averle esplicitamente detto che lì, nella sua stanza, subito, lei dovrà essere sua? In fin dei conti, lei crede che (anche) Gunther, dopo Siegfried, sia stato capace dell’impresa e sa perfettamente che (anche) a lui è tenuta inevitabilmente a soggiacere (e difatti se l’è già presa, per questo, con Wotan). Perciò lei non può non essere sorpresa e non trovare strano, insolito, per nulla plausibile, il comportamento di Gunther! Invece: nulla, neanche una piega. Perché Wagner aveva bisogno, nel prosieguo del dramma, di un Siegfried che avesse pienamente ripettato il patto stipulato con Gunther e si fosse mantenuto fedele a Gutrune.  

Tuttavia la contraddizione più clamorosa - come abbiamo già avuto modo di notare e sulla quale torneremo più avanti - attiene all’anello, che Siegfried ha strappato a Brünnhilde come pegno di nozze per Gunther e che adesso si terrà incomprensibilmente al dito, invece di consegnarlo al cognato, come vorrebbero la logica e quel medesimo rispetto dei patti invocato per mantenere la “castità della notte”…

Insomma, Wagner stesso deve essersi reso conto che c’erano parecchi scricchiolìi in tutta questa storia complicata, ma che purtroppo poteva ormai fare assai poco per mettere ogni tassello al suo posto(2): quindi deve avere accettato, sia pure a malincuore, la presenza delle incongruenze di cui sopra, pur di poter perseguire comunque i suoi obiettivi artistici.
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Note:
1. Cosa ci troviamo, al proposito? Intanto va rilevato ciò che non ci troviamo: l’importanza, per Wagner addirittura capitale, dell’anello, dalla quale discende la complicatissima macchinazione messa in atto da Hagen per venirne in possesso. Nelle leggende l’anello è soltanto il tramite che consente a Brünnhilde di scoprire che il suo liberatore fu Siegfried e non Gunther, niente di più.
·  Snorri (Skaldskaparmal) ci dà questa versione, in se stessa coerente, anche se povera di contenuti drammatici e psicologici: Sigurd(Siegfried) che ha già svegliato Brynhild(Brünnhilde) - senza però unirsi a lei e senza regalarle l’Andvaranaut, l’anello di Andvari(Alberich) - si reca da Gjuki e ne sposa la figlia Gudrun(Gutrune) senza alcun intervento di filtri magici o altro trucco-inganno. Poi conquista Brynhild (nel frattempo protetta dal fuoco) in nome e per conto del cognato Gunnar(Gunther) di cui assume temporaneamente le sembianze. Passa con lei tre notti “caste” (ponendo la sua spada fra sé e la donna). Dona, solo adesso, a Brynhild l’Andvaranaut e riceve in cambio un altro anello d’oro. In seguito, facendo il bagno nel Reno, Brynhild apprende da Gudrun (che le mostra proprio quell’anello da lei donato in cambio dell’Andvaranaut a Sigurd, creduto Gunnar) che il suo conquistatore fu Sigurd e non Gunnar, quindi per vendicarsi fa ammazzare Sigurd. Poi la storia continua su un percorso divergente (per nostra fortuna!) da quello del Ring wagneriano.
·  La Völsunga Saga introduce il filtro magico, che fa scordare a Sigurd il precedente legame con Brynhild. Anche qui c’è il riferimento alla spada usata come “separatore”, mentre si inverte il passaggio di anelli: Brynhild restituisce spontaneamente a Sigurd(Gunnar) l’Andvaranaut, avuto da lui nel primo incontro, anello che poi – al bagno - vede al dito di Gudrun, dalla quale è informata dello scambio Sigurd-Gunnar,  cosa che la porta a condannare Sigurd a morte… 
·  Nel Nibelungenlied, che è la versione germanica delle avventure di Siegfried, non troviamo nulla degli antefatti fra lo stesso e Brünnhilde: la storia parte dal viaggio di Siegfried verso i Burgundi per impalmare Kriemhild. La vicenda della conquista di Brunhild in nome del cognato Gunther (qui niente roccia infuocata, ma la normale residenza di una principessa altera e schizzinosa) è totalmente diversa da come la presenta Wagner, e quanto mai farraginosa e strampalata, comportando sfide ludiche che rimandano caso mai alle vicende di Turandot! L’odio della principessa per Siegfried nasce quando lei scopre che lui aveva truffaldinamente aiutato Gunther a sconfiggerla.
2. Men che meno cercando di attenersi puntualmente a quanto descritto nelle saghe, il che avrebbe significato cadere dalla padella nella brace.  

8 set 2015

5.2.3.3 Götterdämmerung: Atto I – Scena III: Siegfried ladro di donne e anelli


La sera sta avanzando e il calar della luce diurna rende sempre più visibili le lingue di fuoco che sfiorano la sommità della rupe di Brünnhilde, immancabilmente accompagnate dal relativo tema dell’Incantesimo del fuoco, in forma allargata (proprio come lo avevamo udito in occasione della prima scalata di Siegfried). Brünnhilde commenta il fenomeno (“Abendlich Dämmern deckt den Himmel“, Crepuscolo di sera ricopre il cielo) con incantata serenità, in un sognante LAb maggiore, salito dal SOLb del tema dell’Incantesimo.

Ma ecco che le fiamme si fanno più vive e alte del solito, ormai superano la sommità del monte; l’orchestra ribolle delle quartine di crome dei legni e di quelle in semicroma degli archi; adesso le semicrome in staccato degli archi alti sono sempre più frenetiche e su esse si erge, improvviso, solenne, grandioso(1), sfociante in SIb, il tema di Siegfried! Brünnhilde, quasi sconvolta, ne urla il nome, mentre anche il tema del Grido del fanciullo della foresta, in FA maggiore, sempre nel corno dietro la scena, esplode in maniera davvero colossale. 

Sotto il profilo della logica e del realismo, la cosa sembrerebbe a prima vista avere pochissimo senso: perchè mai Siegfried dovrebbe “farsi annunciare” in musica così platealmente, visto che sta arrivando lì sotto le mentite spoglie di Gunther?(2) Un senso preciso invece lo ha, e come: basta spostarsi, da quella materiale, verso la prospettiva psicologica. In effetti qui la musica di Wagner non ci sta evocando la realtà esteriore (Siegfried in carne ed ossa che sopraggiunge, fatto cui già avevamo assistito, anche musicalmente, nella giornata precedente, in occasione della sua prima scalata alla rupe fiammeggiante) bensì le sensazioni provate da Brünnhilde. Il cui subconscio evidentemente, nel momento in cui lei percepisce l’avvicinarsi di qualcuno alla sua dimora, identifica questo qualcuno – per definizione, e in modo del tutto automatico – con Siegfried, nessun altro che lui! E quindi lei si prepara - emozionatissima - a festeggiare il ritorno, forse ancora inatteso, certo imprevisto(3), dell’amato.

Perciò corre col cuore in gola verso l’orlo della rupe per abbracciare il suo dio (sic!) mentre ancora risuona il tema di Siegfried nel corno, subito spalleggiato dalla tromba che ripete quello del Grido, poderoso quanto mai. Ma il FA che lo chiude si schianta drammaticamente su un terrificante accordo a piena orchestra: l’individuo che in quel preciso momento si è affacciato sull’altura non è per nulla (o quanto meno non appare essere…) Siegfried!(4) 

Brünnhilde può solo gridare: tradimento! E non a caso le strappate sonore che si odono in orchestra , chiuse da enormi intervalli discendenti, tutti superiori all’ottava o a due ottave (DOb-FA, MIb-FA e LAb-FA) degli archi bassi e dei fagotti ci immergono in atmosfere chiaramente… ghibicunghe, anzi ci ricordano precisamente l’ideatore del vile tradimento: Hagen.

Alla domanda della donna costernata (chi è arrivato presso di me?) prima di Gunther rispondono  i corni, esponendo in sequenza i temi del Tarnhelm e dell’Inganno, quanto mai fra loro parenti(5): e l’inganno di Siegfried è stato reso possibile da un altro inganno, quello di Hagen, perpetrato tramite la magica pozione. Inganno che ha portato Siegfried a prendere le sembianze di un ghibicungo, e non a caso è il caratteristico tema puntato dei ghibicunghi (negli ottoni, ma qui in tono minore e quasi dimesso, come Siegfried ancora non fosse ben calato nella parte…) che introduce la sua risposta alla domanda della donna.

Con voce camuffata(6) in modo da sembrare proprio Gunther, Siegfried le annuncia: un eroe ti ha raggiunto (ancora Tarnhelm e Inganno, nei corni). Poi, nuovamente sul motivo lento e dolente dei ghibicunghi: ora tu mi dovrai seguire, per essere mia moglie. Preceduto dal semitono discendente della schiavitù, che accompagna la nuova domanda di Brünnhilde (chi è l’uomo che ha potuto compiere ciò che è riservato solo al più forte?) è ancora il motivo del Tarnhelm che introduce la nuova risposta di Siegfried, sul tema dell’Inganno: un eroe, che ti sottometterà, se tu cercassi (qui ancora il tema dei ghibicunghi) di resistergli.

Brünnhilde si dispera: sul motivo della schiavitù si domanda se quell’essere non sia per caso uno spirito maligno, un’aquila arrivata lì per dilaniarla. E chiede all’intruso, sul tema del Tarnhelm: ma tu sei davvero un uomo o vieni dall’inferno? Ed è ancora l’Inganno che anticipa significativamente la risposta di Siegfried: sono un ghibicungo, a nome Gunther, e due intrusioni, nei violoncelli, del tema dell’annientamento, precedono la sua intimazione (sorretta dal tema dei ghibicunghi): donna, tu mi devi seguire!

Brünnhilde a questo punto sbotta come una disperata, con un’undicesima discendente (LA-MIb): se la prende con Wotan, insinuando che tutto ciò sia opera del padre, che deve aver evidentemente deciso di punirla ancora, ed in modo davvero atroce. Sulle parole “Nun erseh' ich der Strafe Sinn“ (Ora io scorgo il senso della punizione) ecco comparire nel suo canto un nuovo tema: quello della Follia della vendetta, che rende proprio l’idea di una mente disturbata, incapace di raziocinio (tema che tornerà nel second’atto, quando la vendetta si materializzerà contro Siegfried). E mentre i legni fanno udire il tema della schiavitù, lei impreca contro la vergogna in cui il padre l’ha di nuovo cacciata.

Un secco tritono, tipicamente ghibicungo, la zittisce, mentre l’annientamento introduce Siegfried, che reclama – accompagnato dal motivo del Tarnhelm - il suo diritto di preda, che intende subito esercitare, ordinando (tema dell’Inganno) alla donna di condurlo nella sua grotta per essere lì sua moglie.

Brünnhilde, in un disperato tentativo di difesa, gli oppone l’anello, il cui tema cerca di imporsi, ma senza mai trovare la risalita, quindi per definizione risultando inefficace. A nulla vale una fugace apparizione della chiusa del Grido di dominazione. Siegfried vanta il suo diritto di maschio: l’anello deve andare necessariamente a Gunther. Lei tenta ancora di opporsi, fidando nel potere dell’anello e sfidando quell’uomo che lei considera un prepotente e un ladro(7).

Siegfried(Gunther) si vede allora costretto ad agire con la forza: ed è il tema della Maledizione che sostiene le sue ragioni! Quello della schiavitù invece sottolinea l’inizio di un vero quanto brutale corpo-a-corpo fra i due, con lei che cerca di sfuggirgli e lui che finalmente la immobilizza. Udiamo qui quasi affastellati, proprio in lotta fra loro, i motivi della Cavalcata, persino quello dell’Amore eroico (!) ancora della Maledizione, dell’annientamento, della schiavitù e ovviamente dell'Anello, che Siegfried strappa(8) alla donna e si infila al dito(9), come pegno di nozze.

Sembra uno sberleffo atroce, ma mentre gli sguardi dei due si incontrano fugacemente, i clarinetti hanno il coraggio di esalare il tema di Siegfried erede della potenza del mondo! Tocca subito dopo al corno inglese accennare mestamente, in minore, al tema adulto di Brünnhilde; poi ancora il Tarnhelm chiude la disgraziata vicenda.

Il tema dell’Inganno è a questo punto il più appropriato per accompagnare le parole di Siegfried: ora sei mia, concedimi la tua alcova. Ma è l’annientamento che tiene banco, nei violoncelli! Poi il clarinetto basso ancora emette flebilmente il tema adulto di Brünnhilde, ormai sconsolata e rassegnata al peggio; e mentre lei entra nella sua stanza, lo strumento reitera il tema della Follia di vendetta, quasi una premonizione per ciò che accadrà fra non molto, in quel di Gibichheim.

A questo punto, improvviso, esplode in tutta l’orchestra il tema della Fedeltà, subito seguito da quello del Patto: Siegfried e Brünnhilde si preparano infatti a passare la notte insieme ma – a differenza del primo incontro, alla fine della seconda giornata del Ring - qui Siegfried, rimanendo perfettamente fedele al patto con Gunther, di cui ha solo temporaneamente assunto le sembianze, pone fra sé e la ex-Valchiria la propria Nothung, a far da “custode della castità” della donna che dovrà andare in moglie al sodale, del quale lui potrà così impalmare la sorella.

Ecco perciò i due  motivi che evocano il patto scellerato di Siegfried con i ghibicunghi: quello di Gutrune, che incastona con due repliche quello della fratellanza di sangue, sul quale Siegfried e Gunther avevano brindato con vino mescolato al loro sangue. La tromba interviene nell’atmosfera di SI maggiore esponendo, nel suo canonico DO maggiore, il tema della Spada, che Siegfried deporrà fra il suo corpo e quello di Brünnhilde.

È il motivo del Tarnhelm, lo strumento che ha materialmente reso possibile tutta la squallida sceneggiata, che si incarica di aprire la cadenza conclusiva di tutta l’orchestra. Lo segue, brutalmente reiterato, quello dell’Inganno, poi ecco per due volte farsi largo, prima negli archi, poi nei legni, quello di Brünnhilde adulta. Un ultimo schianto del motivo della Fedeltà, e poi è ancora il Tarnhelm a dire l’ultima parola. Ecco, la frittata è fatta!
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Note:
1. Se un solo corno (posto in lontananza, sulla scena) non basta a fornire un suono sufficientemente imponente, dovrebbe essere rinforzato da una tromba! (nota di Wagner in partitura).
2. Così ci informa la didascalia, ma non è ben chiaro peraltro in cosa consista di preciso il camuffamento, come noteremo fra poco.
3. Se analizziamo i tempi tecnici della vicenda, dobbiamo constatare che questo incontro fra (il mascherato) Siegfried e Brünnhilde avviene la sera stessa del giorno che si era aperto con la seconda scena del Prologo. Ammesso – come abbiamo già più volte ipotizzato - che questa segua immediatamente il finale del Siegfried, potremmo quindi concludere che questo nuovo incontro avvenga a 36 ore di distanza dal primo: da un mattino inoltrato alla sera del giorno successivo!
4. Siegfried, ci dice Wagner, ha in testa il Tarnhelm, che gli lascia scoperti solo gli occhi, quasi fosse un passamontagna. Naturale che Brünnhilde deduca a prima vista trattarsi di un estraneo: soltanto in una farsa, o in uno scenario goliardico (lontano le mille miglia da quello presente) e per farle una sorpresa scherzosa, l’amato le si potrebbe presentare davanti conciato a quel modo!
5. E la faranno proprio da padroni, nel seguito della scena.
6. Il tenore che impersona Siegfried si deve qui adattare (per simulare Gunther) alla tessitura di basso-baritono.
7. Questa è una comprensibile reazione della donna ad un fatto per lei funesto: ma per il momento lei non avrebbe alcun elemento di prova – al di là di un generico sospetto - per giudicare truffaldina l’azione di quell’uomo che la sta conquistando.
8. Siegfried si (re-)impossessa dell’anello con maniere non meno brusche di quelle impiegate a suo tempo da “nonno Wotan” per sfilarlo dal dito di Alberich e poi da Fafner per strapparlo a Fasolt! Anche questo è un chiaro effetto della “nuova” personalità di Siegfried: adesso è diventato addirittura prepotente e ladro, mentre a Neidhöhle aveva raccolto l’Anello con bambinesca ingenuità e assoluto disinteresse. E fra poco lo troveremo addirittura nelle vesti del bugiardo! 
9. Wagner in effetti non ci dice che Siegfried si mette l’anello al dito proprio in questo momento (glielo vedremo, con gli occhi di Brünnhilde, nell’atto successivo).  

5 set 2015

5.2.3.2 Götterdämmerung: Atto I – Scena III: Il peccato di Brünnhilde


Ci eravamo soffermati poco fa (nel Prologo) sul rapporto di Brünnhilde con l’Anello, sottolineando il fatto che lei ne conosce alla perfezione tutti i retroscena ed è anche informata della serietà della maledizione che grava su di esso: che due precedenti proprietari, i Giganti, ne siano già stati vittime glielo hanno riferito Wotan (nella Walküre, per Fasolt) e Siegfried medesimo nel citato Prologo (per Fafner). Ma allora, perchè mai Brünnhilde non decide di liberarsene in tempo, ma compirà il nobile gesto solo alla fine del Ring, e per di più “in ritardo” rispetto al fuoco di Loge che avvolgerà Wotan e tutti gli dèi?

La sua spiegazione a Waltraute è convincente solo fino ad un certo punto: vero è che a lei l’anello è stato donato come pegno d’amore, quindi in modo sicuramente disinteressato, da parte di un uomo che ne ignora oltretutto le drammatiche proprietà; ma è pur vero che a lei tali proprietà sono perfettamente conosciute. Vero altresì è che lei non ha la minima intenzione di impiegare alcuna delle prerogative dell’Anello: non ha mire di potenza economica, né di dominio politico, e nemmeno si limita a godere del puro piacere estetico, tutto personale, di portare al dito un gioiello prezioso. No, per lei quell’anello ha esclusivamente un significato affettivo: rappresenta il suo Amore, l’amore che lei nutre per Siegfried e l’amore che Siegfried le ricambia.

Allora potremmo domandarci se il suo rifiuto a cederlo al Reno - col che verrebbe neutralizzato tutto il male cosmico che quell’Anello trascina con sé - sia di natura viscerale o razionale. Se cioè Brünnhilde agisca emotivamente, sotto l’irresistibile impulso dei sentimenti, o se invece lei non stia commettendo razionalmente un atto di presunzione, come Wotan prima, Fasolt e Fafner poi: pensare cioè di poter “controllare” le proprietà dell’anello, di poterlo trattenere con sè, per così dire, “a fin di bene”.

Ma in fondo si tratterebbe di una domanda stucchevole, poiché la maledizione di Aberich non può certo fare sconti di alcun tipo, per definizione, e tanto meno ne può fare proprio nel caso di Brünnhilde, dove l’Anello è strettamente connessso all’Amore. E ciò per una semplicissima ed evidentissima ragione: l’intima natura di quell’Anello, la sua stessa causa di esistenza, si potrebbe dire, risiede precisamente nella negazione dell’Amore. E così anche la povera (ingenua o presuntuosa fa lo stesso) Brünnhilde sperimenterà prestissimo le conseguenze del suo rifiuto a liberarsi di quello spregevole oggetto.

Manco a dirlo, è la musica che si incarica di chiarirci ogni dubbio: ci basta ascoltare la frase che Brünnhilde canta per sancire in modo definitivo il suo rifiuto a liberarsi dell’Anello in nome dell’Amore, subito prima di cacciare la sorella (“die Liebe liesse ich nie, mir nähmen nie sie die Liebe”, l'amore mai io non potrei lasciare, l'amore mai non mi potrebbero levare). Noteremo come il tema della Rinunzia (sempre in DO minore) sfoci imprevedibilmente in un’imperiosa e ottimistica impennata, dal LAb fino al FA sovrastante. Ma quell’impennata è purtroppo anche sommamente velleitaria, se è vero che è seguita immediatamente, proprio sull’ultimo Liebe, dalla settima discendente (FA-SOL) che ricorda sì l’Amore, ma anche e soprattutto l’Amore maledetto, causa diretta e unica della fabbricazione dell’Anello da parte di Alberich!

Parafrasando il proclama che Sachs lancia alla fine dei Meistersinger, Brünnhilde sbotta: ma che se ne vada pure in rovina il Walhall con tutta la sua pompa! e il tema del Walhall sembra proprio cadere a pezzi, reiterando la sezione discendente, incapace di percorrere quella ascendente. Waltraute non crede alle proprie orecchie, e il tema della Maledizione accompagna le sue rimostranze alla sorella, che le risponde – sullo stesso tema! come a respingere la maledizione al mittente – per cacciarla in modo brutale, e definitivo. E per sopramercato le tira dietro pure due secche repliche del tema della Collera!

A Waltraute non resta che gridare: guai! a tutti! E poi, su colossali apparizioni del motivo della Frustrazione, corre ad inforcare il suo ippogrifo per tornarsene, accompagnata da spezzoni di Cavalcata e Grido di guerra, a mani vuote al Walhall. Ma anche per Brünnhilde, l’inizio della fine è ormai questone di… pochi secondi.

4 set 2015

5.2.3.1 Götterdämmerung: Atto I – Scena III: Brünnhilde riceve visite


L’Anello arriva subito al centro della nostra attenzione, non tanto musicalmente, quanto scenicamente: è Brünnhilde (che attende a sua volta l’arrivo della notte) che lo sta contemplando con esaltazione e – mentre clarinetti, corno inglese e fagotti espongono sommessamente, in LAb, il motivo di Siegfried erede della potenza del mondo - lo bacia ripetutamente, il che non fa che confermarci che il potere irresistibile del manufatto di Alberich ha ormai contagiato, anzi soggiogato,  anche lei.

Ma ecco che un sordo tuono si fa udire, e con esso un rumore di aerea cavalcata (con relativo tema inconfondibile nei corni) su dense nubi; ancora un’apparizione, ora in SOLb, del motivo di Siegfried erede della potenza del mondo, poi i temi della Cavalcata e del Grido di guerra si fanno largo, mentre Brünnhilde si chiede chi stia arrivando da lei: le risponde da lontano la voce della sorella Waltraute, mentre fa capolino anche il tema della Fuga di Siegmund e Sieglinde (udito all’inizio del second’atto di Walküre) a testimoniare che la Valchiria sopraggiungente non è proprio lì in viaggio di piacere!(1) Finalmente lei “atterra” nell’abetaia circostante, e in modo piuttosto... rovinoso, almeno a giudicare dagli otto secchi colpi di timpano che ne accompagnano la manovra.

L’incontro fra le due Valchirie (o ex-) serve a Wagner per ragguagliare Brünnhilde, ma soprattutto noi spettatori, sulle più recenti vicende relative a Wotan, che avevamo lasciato, scornato e con la lancia a brandelli, nel terz’atto del Siegfried. Qualcosa per la verità ci era già stato profetizzato al proposito dalle Norne nella loro notturna apparizione, proprio all’inizio del dramma, ma ora Waltraute reca notizie assai più aggiornate e dettagliate. In più lancerà un accorato quanto inascoltato appello alla sorella, che sperimenterà subito dopo le prime, drammatiche conseguenze del suo categorico rifiuto ad accoglierlo. Naturalmente Wagner approfitta anche di questa occasione per riproporci, sempre trasformati o variati, diversi temi che ci sono perfettamente noti.

Subito Brünnhilde chiede alla sorella cosa l’abbia condotta da lei, ricevendone una laconica risposta, accompagnata però dal concitato tema del Pianto delle Valchirie (che nel terz’atto di Walküre aveva caratterizzato il terrore delle guerriere di fronte all’ira di Wotan) che non lascia presagire nulla di buono. Dunque, Wotan: Brünnhilde – illusa - domanda alla sorella se per caso sia stato il padre ad inviarla da lei, magari per notificarle l’intenzione di offrirle una completa riconciliazione. Lui infatti, dopo averla punita, si era già in parte pentito – ricorda la ex-Valchiria – e dietro la sua ansiosa preghiera (qui il primo clarinetto ricorda sommessamente per due volte il tema della Giustificazione!) aveva acconsentito a proteggerne il sonno con l’impenetrabile fuoco, creando quindi indirettamente le condizioni per il suo incontro con il più grande e nobile degli eroi: Siegfried. E il tema del Saluto al mondo sottolinea il ricordo della felicità che quella punizione le ha arrecato.

Al ricordo dell’incontro con Siegfried, ecco il relativo tema dell’eroe innalzarsi (in SI maggiore) sulle parole “der herrlichste Held”, prima accompagnato, poi subito seguito (su “gewann mich zum Weib!”) da una variante del tema del Saluto d’amore, che pare sprizzare felicità da ogni nota in staccato degli archi. E ancora, sulle parole “In seiner Liebe leucht' und lach' ich heut' auf“ (Nell'amor suo oggi io risplendo e rido) ecco ribaditi i motivi del Saluto al mondo e poi dell’esaltato Saluto d’amore.

Brünnhilde abbraccia Waltraute con grande calore, ma ai suoi gioiosi motivi si mescolano quelli, concitati e cupi, della sorella, che purtroppo per lei non è venuta lì per farle complimenti e auguri, tantomeno per condividerne la scelta esistenziale! Fra le due si instaura un botta-e-risposta caratterizzato dall’apparizione (cosa che si protrarrà nel seguito) del tema del Malcontento di Wotan (o spesso del solo suo incipit) poiché è lo stato di depressione del dio che terrà banco nell’accorato racconto di Waltraute. Brünnhilde intanto comincia a cambiar d’umore: ha intuito che la sorella non reca buone nuove, e che il perdono definitivo di Wotan era solo una sua pia illusione. Perciò si prepara con preoccupazione ad ascoltare ciò che Waltraute è venuta a notificarle.

Come detto, si tratta in buona parte di notizie relative a fatti a noi già conosciuti, ma non a Brünnhilde che, mentre quei fatti si materializzavano, ancora stava… sognando, lassù su quella rupe dove il padre l’aveva addormentata, circondata dal fuoco. Mentre il motivo del Malcontento di Wotan imperversa, ecco che Waltraute racconta del dio che non si cura più delle Valchirie, che vagano cavalcando nell’angoscia (motivo della Cavalcata); che poi si mette a girare il mondo sul suo cavallo (motivo del suo vagare); che infine – notizia proprio fresca fresca – fa ritorno al Walhall con la lancia a brandelli (ah, come è ridotto male il suo tema, preceduto e seguito da uno spezzone di quello del Tarnhelm, perché solo un misterioso eroe può aver infranto quell’asta); che ordina ai suoi eroi di abbattere il mitico Yggdrasil (anche qui, poche note ce ne ricordano l’antica maestosità) e poi di ridurlo in ceppi, accatastati nella sala del trono (e saranno quei ceppi ad ardere alla fine del quadripartito dramma, come ci anticipa inequivocabilmente la seconda sezione del motivo della Potenza degli dei che, cosa preannunciata già dalle Norne, sarà anche quello della loro Catastrofe!); Wotan che riunisce tutti nella grande sala, mentre il tema della Catastrofe si intreccia con quello del Walhall, che qui ancora chiude nobilmente sul SOLb, ma il cui destino è evidentemente segnato.

Insomma, tutti fatti a noi noti, perché vissuti in diretta o anche ascoltati dal racconto profetico delle Norne. Ora ecco però le ultime novità: Wotan, immobile, muto e cupo, siede sul trono stringendo i resti della lancia distrutta da Siegfried e nemmeno tocca più le mele d’oro di Freia! (Mamma mia, ascoltare qui il tema deperito dell’Eterna giovinezza fa un’impressione a dir poco disturbante.) L’ansia gravante sulla sala del trono si potrebbe davvero tagliare col coltello, e non a caso il tema del Walhall vaga ora storpiato, irriconoscibile (o peggio ancora, sempre più rassomigliante al tema da cui deriva, l’Anello!) come una livida luce che illumina sinistramente i volti di dèi, eroi e Valchirie stretti in cerchio intorno a Wotan.

Ma il capoccia degli dèi, ancora e nonostante tutto, non sembrerebbe rassegnato ad una fine inevitabile. Il primo indizio ci viene da una nuova notizia fornitaci da Waltraute: si tratta precisamente dell’accenno ai due corvi, inviati da Wotan nel mondo terreno in cerca di notizie (possibilmente) “positive” per gli dei; dopo averli già fugacemente incontrati nel Siegfried, in occasione dello scontro del ragazzo con il nonno, ritroveremo i corvi anche nel terzo atto, come osservatori dell’uccisione dello stesso Siegfried e – più tardi – dell’olocausto di Brünnhilde, che li inviterà a portare a Wotan la notizia della restituzione dell’anello al Reno, ma anche il fuoco che distruggerà il Walhall, con tutti i suoi inquilini… Wagner associa ai neri volatili(2), in due occasioni (qui nel ricordo di Waltraute e poi nell’accorato messaggio di Brünnhilde al padre, poco prima dell’olocausto) una sorta di Leitmotiv, formato dal tema della schiavitù (dilatato nel tempo) seguito da un’ascesa, nei violini (SOL-SOL#-LA-DO-SI-DO) diversamente armonizzata nei due episodi. Anche la melodia delle frasi delle due Valchirie è quasi la stessa nei due casi: ma mentre qui, nelle parole di Waltraute, ancora “c’è speranza” (che il dio possa tornare  almeno per una volta a sorridere, come auspicano anche il motivo dell’Oro del Reno - come altre volte qui riferito a… Brünnhilde - e gli arpeggi di flauto e oboe) là Brünnhilde non lascerà scampo alcuno agli dèi, e la musica ancor meno, intonando nei tromboni il tema della Maledizione!(3)    

Subito dopo, Waltraute racconta che Wotan, in un momento di particolare commozione, stringendola al petto, ha ricordato lei, Brünnhilde, e il tema del suo addio alla figlia prediletta (Zum letztenmal…) ne accompagna il sovvenire. Ancora sul tema dell’Oro del Reno (=Brünnhilde) Wotan esprime la speranza che lei possa restituire l’anello alle Ninfe: musicalmente il concetto viene espresso dal tema dell’Anello che si fa udire nei clarinetti, subito seguito da quello della Rinunzia e poi nei corni da quello della Maledizione, che in quel caso cadrebbe all’istante, così che il dio e l’universo intero verrebbero redenti(4).  Manco a dirlo, sono i temi dell’Oro del Reno e del Walhall (in REb!) che chiudono suggestivamente questa parte del racconto di Waltraute.    

La quale lo conclude – sempre accompagnata dal Malcontento o da suoi spezzoni - ricordando come lei sgattaiolò furtivamente fuori dal Walhall per precipitarsi dalla sorella, in modo da convincerla a compiere il bel gesto auspicato dal padre. È ancora una variante del Malcontento che apre la risposta di Brünnhilde: lei ha ormai abbandonato il mondo divino (come ci testimoniano vaghi e remoti accenni al tema del Walhall) e nemmeno riesce più a capire i problemi che lo agitano. Chiede quindi alla sorella cosa di preciso lei le stia chiedendo di fare.

Mentre i tromboni espongono il tema dell’Enigma del destino, i primi violini esplodono quello dell’Anello, assai mosso e variato (la prima parte, discendente, tornerà quasi subito, poi verrà pari-pari replicata e reiterata nella quarta scena del second’atto, al momento per Brünnhilde di scorgere l’anello al dito di Siegfried): Waltraute lo indica precisamente alla sorella, chiedendole senza mezzi termini di liberarsene, per il bene di Wotan. Brünnhilde è letteralmente scandalizzata: io buttare l’anello? Sì, alle Figlie del Reno! Cosa, il pegno d’amore di Siegfried? (la chiusa del Saluto al mondo si ode in oboi e clarinetti.) Sorella: ti ha per caso dato di volta il cervello?

Waltraute insiste per l’ultima volta, in un turbinio di note che strapazzano l’Anello da ogni lato: buttalo nei flutti, per salvare il Walhall dalla rovina!(5) Brünnhilde quasi la irride: ma sai tu cos’è per me? Esso vale più di tutti i Walhall dell’universo, per me il solo gettargli uno sguardo conta più di tutta la fortuna degli dèi (e il tema del Saluto al mondo certifica queste esternazioni). Ma il colpo di grazia, per così dire, alle implorazioni della sorella, lo dà ancora una volta la musica: “Denn selig aus ihm leuchtet mir Siegfrieds Liebe” (Poiché da lui beato l'amore di Siegfried a me riluce) canta Brünnhilde, e in orchestra sale, stupendo e inconfondibile, in un luminoso LA maggiore, il tema dell’Eredità del mondo!

Il clarinetto basso intona ora il tema di Brünnhilde adulta, ad esprimere significativamente il di lei desiderio di convincere la sorella della gioia dell’Amore… E subito dopo è ancora il clarinetto ad esporre, dolcissimo, il tema del Saluto d’amore, amore che quell’anello custodisce e garantisce. Poi, su una convulsa riapparizone del tema del Malcontento, Brünnhilde invita seccamente la sorella a tornarsene da dove è venuta: lei l’anello non lo abbandonerà mai! Ed è questo uno snodo fondamentale nello sviluppo del Ring.
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Note:
1. Nella Siegfrieds Tod era l’intero stormo delle otto sorelle a far visita a Brünnhilde. Ma si trattava in pratica soltanto di una breve visita di cortesia, durante la quale Brünnhilde spiegava loro la ragione della sua punizione da parte del padre, dopodichè loro se ne andavano a… timbrare il cartellino: raccogliere gli eroi caduti in battaglia per portarli al Walhall. Tutti fatti che Wagner deciderà in seguito di presentarci in grande dettaglio – e mirabilmente in musica! - nella Walküre. La presente scena si arricchirà invece di tutti i drammatici risvolti legati al conflitto Siegfried-Wotan, alla imminente fine di quest’ultimo e al problema dell’Anello, tutti aspetti che l’opera originaria non contemplava in alcun modo.
2. Nell’Edda i corvi (Huginn e Muninn) rappresentano pensiero e memoria, potremmo dire “il libero arbitrio” e la “conoscenza universale”: Huginn in particolare è prezioso per Odin, in quanto lo ragguaglia sulle “tendenze in atto” nel mondo degli umani: se essi cioè stiano operando – con l’impiego della libertà - la loro evoluzione secondo la volontà, le direttive e gli auspici divini o se invece – sempre in forza di quella medesima libertà – non stiano per caso prendendo strade pericolose, rischiando di compromettere l’esistenza stessa degli dei. Wagner non si addentra in tali particolari (il problema del “libero arbitrio” lo ha già trattato da par suo…): si direbbe che faccia dei corvi un uso poco più che didascalico ed effettistico; del resto, per lui Wotan ha già capito da tempo – fin dal secondo atto della Walküre – di non aver altro destino che la fine…
3. Sulle possibili interpretazioni del finale del Ring torneremo peraltro nel “commiato”.
4. Come si evince dal racconto di Waltraute, Wotan è tuttora prigioniero della sua schizofrenia, la stessa che era emersa chiaramente nel terz’atto di Siegfried, dapprima durante l’incontro con Erda (dove il dio aveva annunciato di aspettare la sua fine, ma in piena serenità, essendo le sorti del mondo sul punto di passare nella mani fidate di Siegfried e Brünnhilde); poi durante lo scontro con il nipote, che Wotan (incoerentemente con il suo ottimismo di poco prima) aveva cercato di fermare per impedirne l’unione con la ex-Valchiria). Inoltre, qui non è chiaro se la redenzione auspicata da Wotan comporterebbe anche la sua permanenza nella posizione di capo degli dei, o semplicemente una… serena dipartita.
5. Un invito che, se accolto, come logica vorrebbe, chiuderebbe lì l’intera Tetralogia!

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Helle Flammen scheinen in dem Saal der Götter aufzuschlagen. Als die Götter von den Flammen gänzlich verhüllt sind, fällt der Vorhang.
(Chiare fiamme sembrano prorompere nella sala degli dèi. Come gli dèi sono dalle fiamme totalmente avvolti, cade il sipario.)
(Götterdämmerung – L’ultima immagine del Ring)
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fram sé ec lengra um ragna röc (da lontano scorgo il destino degli dèi)
(Edda Poetica – Völuspá - Profezia della Veggente)
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orð mér af orði orðs leitaði (parola da parola mi condusse a parole)
(Edda Poetica – Hávamál – Píslir og rúnir, Discorso Runico di Odin)
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Il principio degli esseri è l'infinito… in ciò da cui gli esseri traggono la loro origine, ivi si compie altresì la loro dissoluzione, secondo necessità: infatti reciprocamente scontano la pena e pagano la colpa commessa, secondo l'ordine del tempo... (Anassimandro, 600 A.C.)
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L'"intento" degli dèi sarebbe compiuto quand'essi giungessero ad annullarsi nella creazione dell'uomo, quando cioè essi si spogliassero d'ogni influsso immediato sopra la libertà della coscienza umana. (RW: Abbozzo in prosa del 1848)
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La tetralogia L'Anello del Nibelungo può considerarsi un'epopea cosmogonica la cui prima e la cui ultima parola è l'elemento assoluto manifesto e pensabile come «acqua» ed esprimibile come «musica» cioè suono del beato silenzio: è l'enorme pedale in MI bemolle, di cui la tonica isolata è sostenuta per molte battute, al principio della prima Giornata del dramma, L'Oro del Reno, ed è la frase finale di due battute sull'accordo di terza di RE bemolle, al termine dell'ultima Giornata, Il Crepuscolo degli dei. (Augusto Hermet 1889-1954 - “La Parola Originaria”)
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…musica che è già in sé drammaturgia assoluta e autosufficiente, e chi ha un barlume di intelligenza sa che la musica è prima del mondo, e che è il mondo a modellarsi sulla musica… (Quirino Principe)

Perchè Wagner va studiato

Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi (in buona misura) si possono godere senza particolari prerequisiti (studi di musica o musicologia): un buon “orecchio” e un minimo di predisposizione sono più che sufficienti per apprezzare le loro opere e godere delle infinite “perle musicali” che contengono. Poi, lo studio servirà certamente ad approfondire i particolari delle composizioni, i retroscena, i nessi causa-effetto, e in fin dei conti ad apprezzare ancor più e meglio quelle opere.

Con Wagner la cosa non funziona proprio, così come difficilmente funziona – nel campo della musica strumentale – con Mozart o Beethoven o Bruckner, per fare solo qualche nome. È francamente difficile poter comprendere ed apprezzare fino in fondo una sinfonia di Beethoven, se non si ha un minimo di conoscenza delle forme musicali, del linguaggio sinfonico e, soprattutto, del “programma interno” che sta alla base della composizione. Senza di questi, si potrà magari godere una frase musicale particolarmente accattivante (come accade, per dire, ascoltando un balletto di Ciajkovski o un walzer di Strauss) ma difficilmente si potrà raggiungere quella particolare condizione di piena e completa “conoscenza-coscienza” di quell’opera d’arte.

Le opere di Wagner (parlo qui delle sette ultime, Ring, Tristan, Meistersinger e Parsifal, ma in qualche misura ciò vale anche per Lohengrin) sono un insieme inscindibile di poema, musica e didascalie di scena, insomma: tutto ciò che troviamo scritto sulla partitura. E quindi: limitarsi ad ascoltare la musica, senza comprendere le parole che vengono cantate (o declamate) fa correre il rischio di non capir nulla (come minimo) e di annoiarsi, quando non addirittura di cadere in uno stato di esasperazione e maledire Wagner per il resto dei propri giorni, rifiutando ogni e qualunque successivo contatto. Sì, perché Wagner non scrive “musica che si serve di parole (più o meno pertinenti) per manifestarsi”; ma si esprime in parole-musica, un insieme del tutto inscindibile. Allo stesso modo, per un regista o scenografo, ignorare – o, peggio ancora, contraddire – le didascalie poste da Wagner in partitura, significa ignorare o addirittura stravolgere le intenzioni dell’autore, e distorcerne totalmente il pensiero e il messaggio artistico.

Il Ring (“L’Anello del Nibelungo”, detto volgarmente “Tetralogia”, essendo costituito da quattro opere) è certamente l’esempio più completo e palpabile della wagneriana “Gesamt-Kunst-Werk” (Opera d’Arte Totale).

daland

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